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                                                                                            Sacerdote de Cibeles, gallo.

Megalesia Dies Sanguinis

di: Alessio Mannucci  

La festa in onore della Magna Mater, la Grande Madre frigia, commemorava l'arrivo a Roma, il 4 aprile del 204 a.C.,della Megalesia, la statua aniconica della dea Cibele prelevata dal suo luogo di culto a Pessinunte (Pergamo) in Asia Minore, per ordine dei Libri Sibillini al fine di stornare il pericolo costituito dalla guerra con Annibale. Giunta a Roma, la statua venne provvisoriamente collocata nel tempio della Vittoria (Aedes Victoriae) sul Palatino finché, il 10 aprile del 191 a.C., non le venne dedicato un tempio tutto suo. Insieme alla statua furono importati a Roma anche una misteriosa pietra nera (Shub-Niggurath) e i relativi culti misterici...

"Intorno scrosciano i tesi tamburi e i concavi cembali alle palmate: col rauco suono minacciano i corni, e con la frigia cadenza eccita gli animi il cavo flauto, ed in pugno, ad inizio del violento furore, portan falcetti che possano, con il rispetto che incute la maestà della dea, sbigottir gli animi ingrati e gli empi cuori del volgo... Qui sono, armato manipolo, quelli che in Grecia si chiamano Cureti Frigi, pel fatto, forse, che a volte tra loro, giostran con l'armi, e in cadenza ballan godendo del sangue..."

Tito Lucrezio Caro, La Natura delle Cose

 

LA MONTAGNA SACRA

 

Presso gli antichi cinesi, Yin e Yang indicavano rispettivamente il lato in ombra e il lato al sole di una montagna. Ma anche la montagna stessa. Anche Cibele è molto probabilmente il nome di un monte. Nel mito che sta all'origine dei misteri frigi, all'inizio sta una rupe, il monte Agdos. Dalla roccia, fecondata da Zeus, nasce Agdìsti, creatura ermafrodita devastatrice. In seguito all'intervento di Dioniso, che ubriaca la mostruosa creatura e la costringe a mutilarsi, Agdìsti perde le caratteristiche maschili; dal sangue della ferita sboccia un melograno un cui frutto rende la figlia del re Sangario, Nana, madre di un fanciullo: Attis. Il bambino viene esposto da Sangario (che è probabilmente una divinità fluviale) in un canneto ed è nutrito da un capro. Divenuto uomo, suscita il violento amore di Agdìsti. Questa, per impedire le nozze di Attis con la figlia del re di Pessinunte, interviene al momento della cerimonia e scatena in tutti i presenti un orgiastico furore. Attis stesso, in preda a quella esaltazione, si evira e muore ai piedi di un pino.

Il culto della Grande Madre era un culto sfrenato, dionisiaco, orgiastico. Le danze dei fedeli venivano accompagnate dal suono violento di rumorosi strumenti musicali: il flauto dritto e ricurvo, i cembali, da cui si traeva un suono acuto e metallico, il timpano - strumento caratteristico della Grande Madre - che ci ricorda il tamburello. I sacerdoti di Cibele (arcigalli) nel corso del rito arrivavano a flagellarsi e mutilarsi come Attis - evirandosi - onorando la dea con preghiere, urla, danze ossessive che culminavano in un rapidissimo girare su se stessi. In preda al parossismo si sentivano allora invasi dalla dea e vaticinavano. A loro veniva attribuito il potere di interpretare i sogni, il moto degli astri, il volo degli uccelli, e la capacità di esorcizzare. Giravano da un paese all'altro cavalcando un asino e trasportando l'immagine della Megalesia.

Per i romani la Magna Mater non era del tutto una divinità straniera. Poiché il popolo romano, secondo la leggenda, discendeva dal troiano Enea - nativo dell'Asia Minore - l'antica divinità asiatica era anche la più antica divinità romana. Questo spiega un certo carattere di ufficialità dato al culto “metroaco” (dal nome greco della dea Megale Meter = Grande Madre).

 

LUDI MEGALENSES

 

A Cibele erano riservati due culti. Quello romano, pubblico, prevedeva una serie di Ludi Megalensi, dal 4 al 10 aprile, consistenti inizialmente in rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area antistante il tempio e ai quali si assisteva dalle gradinate dell'edificio; in seguito vennero aggiunte anche gare e corse nel sottostante Circo Massimo. Oltre i Ludi, era prevista l'offerta di un piatto di erbe chiamato “moretum” e l'invito reciproco dei romani a banchetti serali - “invitationes” - che lo Stato dovette provvedere a regolamentare a causa dell'eccessiva sontuosità.

 

SANGUEM

 

Il culto originario, quello frigio, a carattere misterico, era invece officiato da sacerdoti rigorosamente stranieri, chiamati arcigalli, con una serie di cerimonie piuttosto cruente che avevano inizio il 15 marzo e terminavano il 28.

Il 15 marzo aveva luogo la solenne processione della corporazione dei “cannofori” (portatori di canne) che si recavano al tempio di Cibele, sul Palatino, portando tra le mani fusti di canne. La cerimonia, che portava il nome di “Canna Intrat” (Entra la Canna) ricordava un antichissimo rito agrario dedicato ad ottenere la pioggia; ma il suo preciso scopo nel rituale metroaco era quello di ricordare l'esposizione di Attis bambino in un canneto.

Seguiva un periodo di penitenza, “Castus Matris” (Digiuno della Madre), che durava fino al 22. Il 22 marzo un'altra e più significativa processione onorava la dea frigia e il giovane Attis. La corporazione dei “dendrofori” (portatori dell'albero-fallo), esponeva nel tempio Palatino un pino che essi stessi avevano reciso. Lo privavano quasi completamente dei rami, lo avvolgevano in bende di lana rosso sangue, lo decoravano con ghirlande di viole e con strumenti musicali come la siringa, e vi collocavano una statuetta del dio, trasportandolo per le strade, con una solenne processione, fino al tempio di Cibele. Attorno a quell'immagine si svolgeva il compianto per la morte di Attis. La cerimonia veniva detta “Arbor Intrat” (Entra l'Albero). Alcune fonti riferiscono di palme al posto dei pini e non a caso questo giorno è stato rinominato dai cristiani “Domenica delle Palme”.

Il giorno del sangue (“Dies Sanguinis” o più comunemente “Sanguem”) veniva celebrato il 24 marzo e portava al limite massimo il compianto funebre: i fedeli urlavano, si percuotevano, si ferivano e si flagellavano a sangue. Lo spargimento di sangue ricordava il sangue delle ferite di Agdìsti e di Attis da cui nacquero un melograno e le viole: aveva quindi un simbolico valore di rinascita. Il compianto terminava quando il pino veniva sepolto nel sotterraneo del tempio, dove rimaneva fino all'anno seguente. Seguiva una notte di veglia.

 

RESURRECTION DAY

 

Il giorno seguente, il 25 marzo, veniva chiamato “Hilaria” (Gioia): celebrava la simbolica rinascita del dio, e la gioiosa affermazione della primavera (rinominata Pasqua dai cristiano-cattolicii). La rinascita di Attis veniva annunciata con la presenza di una luce nel tempio. Il 26 marzo doveva essere, come indica il nome, “Requetio”, un giorno di riposo. Alla festa della “Lavatio” (abluzione, lavacro) della statua di Cibele partecipavano fin dai tempi più antichi i “quindecemviri”; la cerimonia aveva luogo il 27 marzo: l'immagine di Cibele, su un carro, veniva portata al fiume Almone. Nella testa della statua era incastonata la pietra sacra che il 4 aprile del 204 a.C. era giunta a Roma insieme alla Megalesia. Il carro veniva spinto nel fiume e l'arcigallo bagnava la statua per poi asciugarla e cospargerla di cenere. Come sempre nei culti di Cibele la festa si chiudeva tra canti e danze e la statua tornava al suo tempio sul Palatino. Si trattava dell'ultima cerimonia prima del momento più solenne: l'iniziazione.

 

INITIUM CAIANI

 

L' “Initium Caiani” (caiani si riferisce al luogo in cui si svolgeva la cerimonia, un santuario frigio situato sul Colle Vaticano, sovrastante l'antico circo di Caio Caligola situato nell'area dell'attuale P.zza San Pietro). La formula dell'iniziazione ci è nota in tre versioni. La prima viene riportata da Clemente Alessandrino: “Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, ho portato il kernos, ho giaciuto nel pastòs”. Firmino Materno dà la formula in latino e greco con un leggero cambiamento: “Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo e ho conosciuto i segreti della religione”, mentre nella versione greca la frase finale è “...sono divenuto mista di Attis”. L'iniziazione consisteva innanzitutto in un pasto consumato negli strumenti musicali: il timpano e il cembalo. L'accenno al "kernos" si riferisce ad una processione probabilmente accompagnata da suoni e danze durante la quale gli iniziati portavano il kernos, un largo cratere di argilla nel quale venivano accesi dei lumi. La frase finale di Clemente Alessandrino allude verosimilmente ad una “ierogamia” che attuava in modo completo e definitivo l'iniziazione misterica, l'unione col dio: gli iniziati si identificavano con Attis, realizzando così l'unione con Cibele.

 

Mentre nel culto delle origini era considerata necessaria l'evirazione degli iniziati, in seguito questa venne sostituita dalla mutilazione di un toro; il sacrificio prendeva il nome di "taurobolio" e si svolgeva secondo un rito preciso: veniva scavata una fossa dove entrava chi intendeva celebrare il sacrificio; su un tavolato di assi forate, con cui veniva ricoperta la fossa, si immolava l'animale. Il sangue, colando attraverso i fori delle assi, bagnava il sacrificante e costituiva per lui come una promessa di salvezza e di rinascita.

 

POLITEISMO ROMANO

IL CASO DELLA MAGNA MATER

Madre degli Dei immortali,
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di tori,
Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone,
Lei dai tanti nomi, l'Onorata!
Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e così della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!
Attraverso Te c'è stata portata la razza degli esseri immortali e mortali! Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare sono governati!
Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi, Tamer di tutti,
Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, Figlia d'Urano,
l'Antica, Genitrice di Vita, Amante Instancabile, Gioconda,.
gratificata con atti di pietà!
Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma
e nelle città turrite
e nei leoni aggiogati in coppie.
ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!

Virgilio, Eneide
 

 

Quando la tempesta soffiava sulle cime del Berecinto e dell'Ida, era Cibele che, trainata da leoni ruggenti, percorreva il paese lamentando la fine del suo amante. Il corteggio dei suoi fedeli si precipitava dietro di lei attraverso i macchioni, emettendo dei lunghi gridi, accompagnato dallo stridore dei flauti, dai colpi sordi di tamburello, dallo scoppiettare delle nacchere e dal frastuono dei cembali di rame. Inebriati dal clamore e dal chiasso degli strumenti, esaltati dai loro slanci impetuosi, essi cedevano, esausti, sperduti, ai trasporti dell'entusiasmo sacro.

Il grido in questione era: “Hyes Attis Hyes Attis!”. James Frazer (“Il Ramo D'Oro”) ha supposto che “Hyes” sia una forma frigia del greco Hyes (porco); e dunque l'esclamazione rituale “porco Attis” da quegli antichi misteri potrebbe essersi perpetuata nella omologa bestemmia cristiana contro il “padreterno”. In realtà la parola greca non è altro che un attributo che significa “pluvio”, “irrorante”, anche in senso sessuale. È quindi una vera e propria benedeizione.

L'atteggiamento di Roma nei confronti dei culti importati da paesi stranieri non fu univoco e soprattutto non fu mai connotato da una aprioristica ostilità. Al contrario, numerosi episodi storici attestano che i Romani preferivano rendersi “amiche” le divinità straniere, al fine di legittimare la supremazia di Roma sugli altri popoli: un atteggiamento pragmatico (per non dire “paraculo”). Un esempio illuminante è quello che si riferisce proprio all'introduzione del culto della Magna Mater. Si tratta infatti dell'unico caso in cui una religione “misterica” viene introdotta dall'Urbe in seguito a una precisa delibera statale.

“Chi è allora la Madre degli Dei? Lei è la sorgente degli Dei intellettuali e creativi, che a turno guidano gli dei visibili: lei è sia madre e sposa del mitico Zeus; venne per succedere ma anche per regnare insieme col grande Creatore; Lei ha il controllo di ogni forma di vita, e la Causa di tutte le generazioni; Lei porta facilemente alla perfezione tutte le cose che sono fatte. Senza dolore Lei porta alla nascita ... Lei è la Vergine senza Madre, al fianco dello stesso Zeus, e in assoluta verità lei è Madre di tutti gli Dei ...” Imperatore Giuliano “L'Apostasta”, dall' “Orazione a Cibele” composto a Pessinunte, AVC MCXV.

Le fonti antiche (Livio, Ab urbe condita, XIX, 15; Ovidio, Fasti, IV, 259; Varrone, De lingua latina, Vi, 15) testimoniano che, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale in Italia, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la “Madre degli Dei”. Nel 204 a.C., il senato romano ufficializzò il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta “pietra nera”, simbolo di Cibele, per accogliere la quale venne costruito un tempio sul Palatino. Il 6 aprile del 204 a.C. le navi con la statua aniconica della dea approdarono alle foci del Tevere, accolte dal senato romano e da una folla festante.

Il “mito di fondazione” del culto di Cibele a Roma rivela, dietro l'impianto “religioso”, il vero significato dell'introduzione di questa divinità: Roma voleva stabilire un legame forte con i regni ellenistici, tra cui appunto quello di Pergamo, da cui proveniva la “pietra nera” (il frammento di un meteorite), legittimando con la “romanizzazione” della divinità la sua egemonia sul mediterraneo. Un'analisi attenta delle fonti rivela gli aspetti politici dell'operazione: la divinità (simboleggiata dalla pietra nera), in attesa della costruzione di un tempio a lei dedicato (che sarebbe stato edificato sulla Via Sacra) venne temporaneamente accolta nel tempio della Vittoria sul Palatino. La collocazione topografica sul Palatino è significativa: Cibele veniva accolta nel punto della collina dove giacevano le memorie più antiche della fondazione di Roma e i culti ancestrali della città, Vesta e i Penati. Questo rispondeva a due esigenze: quella di inserire la dea, una dea voluta dalla plebe, nel corpo della religione tradizionale, riferendola all'origine troiana di Roma, e quella di legare la gestione del culto all'aristocrazia, epurandolo delle sue caratteristiche socialmente sovversive.

Quare magna deum mater materque ferarum et nostri genetrix haec dicta est corporis una

Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo


Lucretius, De Rerum Natura

La costruzione effettiva del tempio, appaltato nel 204 a.C., si completò solo nel 191 a.C. Sulla lentezza dei lavori influì sicuramente la crisi delle finanze dello stato romano dopo la guerra punica, ma la data del 191 a.C. non è casuale: si era infatti alla vigilia dello scontro con Antioco III, conflitto che schiuse a Roma le porte dei regni ellenistici. Di fatto, lo schema dell'arrivo di Cibele a Roma presenta analogie con quello dell'arrivo della stessa dea ad Atene, agli inizi del V secolo a.C. In entrambi i casi, l'introduzione avviene dopo la consultazione di un oracolo (nel caso di Atene, quello delfico) e in un contesto di turbolenze sociali e minacce belliche. Roma stessa mutuò il culto di Cibele con il consenso di Atene, modello di città-stato a cui la propaganda dell'Urbe guardava con particolare attenzione.

Le fonti, pur con significative variazioni, attestano che le figure preposte ad accogliere e gestire il culto di Cibele furono P. Cornelius Scipio Nasica e la nobile matrona Claudia Quinta. I nomi non sono casuali: si trattava di membri di gens politicamente influenti a Roma, gli Scipioni e i Claudii, che, per motivi di propaganda politica, lottavano per gestire i “sacra”.

Il culto di Cibele presentava due aspetti distinti: quello sfrenato e violento delle cerimonie iniziatiche e quello “ufficiale”, di stato. Nel primo caso, i sacerdoti della dea, i cosiddetti “arcigalli”, dovevano sottoporsi all'evirazione prima di accedere al sacerdozio, rievocando così la mutilazione di Attis, narrata dal mito. Le cerimonie prevedevano una danza sacra accompagnata da timpani e tamburi, via via più frenetica e ricca di salti, che culminava in un vorticoso girare su se stessi: questa fase finale di sacro furore sanciva la possessione degli adepti da parte della divinità, cosicché essi cominciavano a pronunziare profezie. Una volta raggiunto lo stato di estasi, molto frequente era l'usanza di ferirsi con spade e coltelli.

Naturalmente, Roma si preoccupò da subito di incanalare le manifestazioni rituali nel solco della normale prassi del culto latino. Il senato, infatti, proibì da subito ai cittadini romani di partecipare alle cerimonie e di far parte dei sacerdoti della dea. Questa forma di censura si spiega con l'esigenza da parte dell'aristocrazia romana di scongiurare la potenzialità eversiva di alcuni culti stranieri (come quello bacchico). Paradossalmente, fu proprio la “censura” esercitata dallo stato a salvare il culto romano di Cibele, al contrario di quello per i Baccanali, diffusisi spontaneamente fuori dalle ingerenze della religione ufficiale, che subì una dura repressione. I misteri di Cibele, pur sottoposti ad alcune restrizioni, sopravvissero senza soluzione di continuità.

Cibele si caratterizzò da subito come “divinità salutaris”, tutelare di Roma, (rappresentata con una corona turrita, che richiamava le mura dell'urbe e ne enfatizzava il rapporto con la città) legata alla sua gloria e alle sue vicende politiche. Alla fine del II secolo a.C., Battakes, il grande sacerdote della dea, profetizzò la vittoria di Mario sui Teutoni, e nel 98 a.C. lo stesso Mario si recò in Asia Minore per compiere i sacrifici votati per ringraziare la dea (senza giungere ad evirarsi però). Sotto il governo di Augusto, e specialmente di Claudio (appartenente alla gens che aveva accolto all'inizio la dea Cibele), caddero anche le proibizioni imposte all'inizio. Augusto ne accentuò il carattere di divinità protettrice di Roma, inserendo Cibele tra le dee tutelari della casa imperiale e facendo riedificare il tempio sul Palatino, distrutto in precedenza da un incendio.

 

IL TEMPIO DI CIBELE
 

 

Con il 204 a.C., data d'inizio della costruzione del tempio della Magna Mater, la sistemazione urbanistica e architettonica dell'area sud-ovest del Palatino venne profondamente modificata, poiché il nuovo edificio aveva un suo orientamento preciso (nord-est, sud-ovest), del tutto diverso da quelli precedenti; inoltre una grande platea occupò buona parte dell'area antistante e occidentale del tempio, mentre ad est essa consentiva il collegamento con l'area del vicino tempio della Vittoria.

La costruzione terminò nel 191 a.C., ma sono note dalle fonti altre due ricostruzioni causate da incendi, avvenuti, il primo, pochi anni dopo il 111 a.C. e l'altro in età augustea. Dagli attuali resti risulta che il tempio era corinzio a pianta rettangolare con pronao appena più piccolo della cella, prostilo e esastilo; all'interno della cella vi era un colonnato lungo le pareti (nel II sec. a.C. con capitelli ionico-italici) e un plinto in muratura per la statua di culto, collocata forse all'interno di un'edicola, inglobata nella parete di fondo. Il tempio si elevava su un imponente podio in opera cementizia che, insieme alle fondazioni poggianti direttamente sulla roccia del Palatino, misurava quasi 9 mt di altezza. Parte integrante del tempio sia nella prima che nella seconda fase fu la presenza di una vasca per scopi rituali. Nella prima fase del santuario essa era collocata nell'angolo sud-est della scalinata, incuneandosi tra l'angolo sud-ovest del podio del tempio della Vittoria e l'estremità est della scalinata della Magna Mater.

Nel 111 a.C. avviene un primo incendio nel tempio della Magna Mater, appiccato tra gli altri dall'edile Quinto Memmio che si impossessa della pietra nera. Il tempio è restaurato da Metello Numidico e il culto riprende in versione ufficiale e pacifica. Con la ricostruzione in opera cementizia del tempio e sopraelevazione dell'antistante platea, la vasca in opera quadrata e le relative scale angolari di accesso furono obliterate. Si costruì, invece, un nuovo grande bacino in opera cementizia di forma rettangolare (m. 16,50 x 3) ad ovest del podio. La struttura, che indica la necessità di grandi vasche nel rituale del culto di Cibele, era all'interno di un'ampia area rettangolare recintata sul fianco ovest del tempio, poiché la platea antistante ad esso doveva essere riservata ad una specifica funzione, probabilmente connessa agli spettacoli teatrali dei Ludi Megalenses, celebrati fin dal 194 a.C.

Nel 3 d.C. avviene il secondo incendio del tempio in circostanze misteriose dopo di che si perdono le tracce del culto della pietra nera (Shub-Niggurath).

Situati dietro l'area delle capanne arcaiche romulee, i resti del Tempio di Cibele sorgono nell'angolo sud-occidentale del Palatino, in prossimità delle Scalae Caci. Allo stato attuale è visibile il solo podio in opera quadrata (del 204 a.C.), con scalinata al centro del lato frontale, sul quale è cresciuto un boschetto di lecci. Tra l'altro proprio la presenza dei lecci ha fatto credere che il basamento del tempio fosse un altro (quello accanto, che è invece l'Auguratorium). Recenti scavi hanno individuato, ad est del tempio, le fondazioni e i resti del podio del tempio della Vittoria (dove era conservata in precedenza la Magna Mater), costruito nel 294 a.C. dal console Lucio Postumio Megello e al quale Marco Porcio Catone nel 193 a.C. fece aggiungere un ambiente dedicato alla Victoria Virgo.

Il resto delle murature sono in opera reticolata e posteriori all'incendio del 111, mentre le colonne in peperino giacenti accanto al podio sono di fase augustea. Queste sono le uniche cose visibili. Il fatto che si tratti effettivamente del Tempio di Cibele è comprovato oltre che dalla posizione adiacente alla Casa di Augusto, da iscrizioni con dedica alla M(ater) D(eum) M(agna) I(daea). Gli scavi hanno rinvenuto numerose terrecotte votive della prima fase del tempio che hanno chiarito interessanti aspetti del culto, come l'importanza della celebrazione dell'equinozio di primavera. Vi è poi una una mezza leggenda che individua in una misteriosa cassa, rinvenuta durante gli scavi, il contenitore della misteriosa pietra nera, ufficialmente mai ritrovata.

Alla fine del IV sec. a.C., in corrispondenza dell'espansione militare e politica di Roma nel Sud d'Italia, si verifica una sorta di rivisitazione in chiave “troiana” e, più ampiamente, ellenizzante, delle antiche memorie e dei monumenti sacri ad esse connessi. In quest'epoca si colloca significativamente la fondazione del Tempio della Vittoria, nel 294 a.C., culto che certamente si diffuse dopo le campagne di guerra vittoriose di Alessandro Magno, ma che è anche da vedere in relazione a Marte e alla sua sposa mortale Rea Silvia.

Tutta l'area appare quindi organizzata in funzione dei miti della fondazione di Roma: la Roma Quadrata, che le fonti collocano tra la l'area Apollinis antistante al tempio di Apollo e il supercilium scalarum Caci; la Casa Romuli, o tugurium Faustuli identificata con una struttura rettangolare in opera quadrata messa in luce nel corso degli scavi Vaglieri del 1907, posta immediatamente ad Ovest delle Scalae Caci; il Lupercale, sub Monte Palatino, la mitica grotta in cui furono allevati i gemelli Romolo e Remo, probabilmente alla base delle Scalae Caci; il Tempio della Magna Mater, protettrice di Roma.

L'impossibilità di esaminare da vicino quest'area (tutta recintata e continuamente sottoposta a restauro) non permette effettivi riscontri della situazione generale dell'area stressa.

Possiamo solo augurarci che una qualche illuminata politica futura prossima venutra consentirà a tutta la “plebe” romana, e non, di poter visitare i luoghi sacri del proprio passato, e non solo a quei burocrati e a quegli oligarchi e a quegli aristocrati che a tutto sembrano interessati fuorché a fare luce sui “sacri misteri” che ancora animano lo spirito della “Urbe Aeterna”.