di: Alessio Mannucci
La festa in onore della Magna Mater, la Grande Madre
frigia, commemorava l'arrivo a Roma, il 4 aprile del 204
a.C.,della Megalesia, la statua aniconica della dea Cibele
prelevata dal suo luogo di culto a Pessinunte (Pergamo) in
Asia Minore, per ordine dei Libri Sibillini al fine di
stornare il pericolo costituito dalla guerra con Annibale.
Giunta a Roma, la statua venne provvisoriamente collocata
nel tempio della Vittoria (Aedes Victoriae) sul Palatino
finché, il 10 aprile del 191 a.C., non le venne dedicato un
tempio tutto suo. Insieme alla statua furono importati a
Roma anche una misteriosa pietra nera (Shub-Niggurath) e i
relativi culti misterici...
"Intorno scrosciano i tesi tamburi e i concavi cembali
alle palmate: col rauco suono minacciano i corni, e con la
frigia cadenza eccita gli animi il cavo flauto, ed in pugno,
ad inizio del violento furore, portan falcetti che possano,
con il rispetto che incute la maestà della dea, sbigottir
gli animi ingrati e gli empi cuori del volgo... Qui sono,
armato manipolo, quelli che in Grecia si chiamano Cureti
Frigi, pel fatto, forse, che a volte tra loro, giostran con
l'armi, e in cadenza ballan godendo del sangue..."
Tito Lucrezio Caro, La Natura delle Cose

LA MONTAGNA SACRA
Presso gli antichi cinesi, Yin e Yang
indicavano rispettivamente il lato in ombra e il lato al
sole di una montagna. Ma anche la montagna stessa. Anche
Cibele è molto probabilmente il nome di un monte. Nel mito
che sta all'origine dei misteri frigi, all'inizio sta una
rupe, il monte Agdos. Dalla roccia, fecondata da Zeus, nasce
Agdìsti, creatura ermafrodita devastatrice. In seguito
all'intervento di Dioniso, che ubriaca la mostruosa creatura
e la costringe a mutilarsi, Agdìsti perde le caratteristiche
maschili; dal sangue della ferita sboccia un melograno un
cui frutto rende la figlia del re Sangario, Nana, madre di
un fanciullo: Attis. Il bambino viene esposto da Sangario
(che è probabilmente una divinità fluviale) in un canneto ed
è nutrito da un capro. Divenuto uomo, suscita il violento
amore di Agdìsti. Questa, per impedire le nozze di Attis con
la figlia del re di Pessinunte, interviene al momento della
cerimonia e scatena in tutti i presenti un orgiastico
furore. Attis stesso, in preda a quella esaltazione, si
evira e muore ai piedi di un pino.

Il culto della Grande Madre era un culto
sfrenato, dionisiaco, orgiastico. Le danze dei fedeli
venivano accompagnate dal suono violento di rumorosi
strumenti musicali: il flauto dritto e ricurvo, i cembali,
da cui si traeva un suono acuto e metallico, il timpano -
strumento caratteristico della Grande Madre - che ci ricorda
il tamburello. I sacerdoti di Cibele (arcigalli) nel corso
del rito arrivavano a flagellarsi e mutilarsi come Attis -
evirandosi - onorando la dea con preghiere, urla, danze
ossessive che culminavano in un rapidissimo girare su se
stessi. In preda al parossismo si sentivano allora invasi
dalla dea e vaticinavano. A loro veniva attribuito il potere
di interpretare i sogni, il moto degli astri, il volo degli
uccelli, e la capacità di esorcizzare. Giravano da un paese
all'altro cavalcando un asino e trasportando l'immagine
della Megalesia.

Per i romani la Magna Mater non era del
tutto una divinità straniera. Poiché il popolo romano,
secondo la leggenda, discendeva dal troiano Enea - nativo
dell'Asia Minore - l'antica divinità asiatica era anche la
più antica divinità romana. Questo spiega un certo carattere
di ufficialità dato al culto “metroaco” (dal nome greco
della dea Megale Meter = Grande Madre).
LUDI MEGALENSES
A Cibele erano riservati due culti.
Quello romano, pubblico, prevedeva una serie di Ludi
Megalensi, dal 4 al 10 aprile, consistenti inizialmente in
rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area
antistante il tempio e ai quali si assisteva dalle gradinate
dell'edificio; in seguito vennero aggiunte anche gare e
corse nel sottostante Circo Massimo. Oltre i Ludi, era
prevista l'offerta di un piatto di erbe chiamato “moretum” e
l'invito reciproco dei romani a banchetti serali -
“invitationes” - che lo Stato dovette provvedere a
regolamentare a causa dell'eccessiva sontuosità.
SANGUEM
Il culto originario, quello frigio, a
carattere misterico, era invece officiato da sacerdoti
rigorosamente stranieri, chiamati arcigalli, con una serie
di cerimonie piuttosto cruente che avevano inizio il 15
marzo e terminavano il 28.
Il 15 marzo aveva luogo la solenne processione della
corporazione dei “cannofori” (portatori di canne) che si
recavano al tempio di Cibele, sul Palatino, portando tra le
mani fusti di canne. La cerimonia, che portava il nome di
“Canna Intrat” (Entra la Canna) ricordava un antichissimo
rito agrario dedicato ad ottenere la pioggia; ma il suo
preciso scopo nel rituale metroaco era quello di ricordare
l'esposizione di Attis bambino in un canneto.
Seguiva un periodo di penitenza, “Castus Matris” (Digiuno
della Madre), che durava fino al 22. Il 22 marzo un'altra e
più significativa processione onorava la dea frigia e il
giovane Attis. La corporazione dei “dendrofori” (portatori
dell'albero-fallo), esponeva nel tempio Palatino un pino che
essi stessi avevano reciso. Lo privavano quasi completamente
dei rami, lo avvolgevano in bende di lana rosso sangue, lo
decoravano con ghirlande di viole e con strumenti musicali
come la siringa, e vi collocavano una statuetta del dio,
trasportandolo per le strade, con una solenne processione,
fino al tempio di Cibele. Attorno a quell'immagine si
svolgeva il compianto per la morte di Attis. La cerimonia
veniva detta “Arbor Intrat” (Entra l'Albero). Alcune fonti
riferiscono di palme al posto dei pini e non a caso questo
giorno è stato rinominato dai cristiani “Domenica delle
Palme”.
Il giorno del sangue (“Dies Sanguinis” o più comunemente
“Sanguem”) veniva celebrato il 24 marzo e portava al limite
massimo il compianto funebre: i fedeli urlavano, si
percuotevano, si ferivano e si flagellavano a sangue. Lo
spargimento di sangue ricordava il sangue delle ferite di
Agdìsti e di Attis da cui nacquero un melograno e le viole:
aveva quindi un simbolico valore di rinascita. Il compianto
terminava quando il pino veniva sepolto nel sotterraneo del
tempio, dove rimaneva fino all'anno seguente. Seguiva una
notte di veglia.
RESURRECTION DAY
Il giorno seguente, il 25 marzo, veniva
chiamato “Hilaria” (Gioia): celebrava la simbolica rinascita
del dio, e la gioiosa affermazione della primavera
(rinominata Pasqua dai cristiano-cattolicii). La rinascita
di Attis veniva annunciata con la presenza di una luce nel
tempio. Il 26 marzo doveva essere, come indica il nome,
“Requetio”, un giorno di riposo. Alla festa della “Lavatio”
(abluzione, lavacro) della statua di Cibele partecipavano
fin dai tempi più antichi i “quindecemviri”; la cerimonia
aveva luogo il 27 marzo: l'immagine di Cibele, su un carro,
veniva portata al fiume Almone. Nella testa della statua era
incastonata la pietra sacra che il 4 aprile del 204 a.C. era
giunta a Roma insieme alla Megalesia. Il carro veniva spinto
nel fiume e l'arcigallo bagnava la statua per poi asciugarla
e cospargerla di cenere. Come sempre nei culti di Cibele la
festa si chiudeva tra canti e danze e la statua tornava al
suo tempio sul Palatino. Si trattava dell'ultima cerimonia
prima del momento più solenne: l'iniziazione.
INITIUM CAIANI
L' “Initium Caiani” (caiani si riferisce
al luogo in cui si svolgeva la cerimonia, un santuario
frigio situato sul Colle Vaticano, sovrastante l'antico
circo di Caio Caligola situato nell'area dell'attuale P.zza
San Pietro). La formula dell'iniziazione ci è nota in tre
versioni. La prima viene riportata da Clemente Alessandrino:
“Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, ho portato
il kernos, ho giaciuto nel pastòs”. Firmino Materno dà la
formula in latino e greco con un leggero cambiamento: “Ho
mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo e ho conosciuto
i segreti della religione”, mentre nella versione greca la
frase finale è “...sono divenuto mista di Attis”.
L'iniziazione consisteva innanzitutto in un pasto consumato
negli strumenti musicali: il timpano e il cembalo. L'accenno
al "kernos" si riferisce ad una processione probabilmente
accompagnata da suoni e danze durante la quale gli iniziati
portavano il kernos, un largo cratere di argilla nel quale
venivano accesi dei lumi. La frase finale di Clemente
Alessandrino allude verosimilmente ad una “ierogamia” che
attuava in modo completo e definitivo l'iniziazione
misterica, l'unione col dio: gli iniziati si identificavano
con Attis, realizzando così l'unione con Cibele.

Mentre nel culto delle origini era
considerata necessaria l'evirazione degli iniziati, in
seguito questa venne sostituita dalla mutilazione di un
toro; il sacrificio prendeva il nome di "taurobolio" e si
svolgeva secondo un rito preciso: veniva scavata una fossa
dove entrava chi intendeva celebrare il sacrificio; su un
tavolato di assi forate, con cui veniva ricoperta la fossa,
si immolava l'animale. Il sangue, colando attraverso i fori
delle assi, bagnava il sacrificante e costituiva per lui
come una promessa di salvezza e di rinascita.
POLITEISMO ROMANO
IL CASO DELLA MAGNA MATER
Madre degli Dei immortali,
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di
tori,
Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone,
Lei dai tanti nomi, l'Onorata!
Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e così della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!
Attraverso Te c'è stata portata la razza degli esseri
immortali e mortali! Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare
sono governati!
Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi, Tamer
di tutti,
Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, Figlia d'Urano,
l'Antica, Genitrice di Vita, Amante Instancabile, Gioconda,.
gratificata con atti di pietà!
Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma
e nelle città turrite
e nei leoni aggiogati in coppie.
ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!
Virgilio, Eneide
Quando la tempesta soffiava sulle cime
del Berecinto e dell'Ida, era Cibele che, trainata da leoni
ruggenti, percorreva il paese lamentando la fine del suo
amante. Il corteggio dei suoi fedeli si precipitava dietro
di lei attraverso i macchioni, emettendo dei lunghi gridi,
accompagnato dallo stridore dei flauti, dai colpi sordi di
tamburello, dallo scoppiettare delle nacchere e dal
frastuono dei cembali di rame. Inebriati dal clamore e dal
chiasso degli strumenti, esaltati dai loro slanci impetuosi,
essi cedevano, esausti, sperduti, ai trasporti
dell'entusiasmo sacro.

Il grido in questione era: “Hyes Attis
Hyes Attis!”. James Frazer (“Il Ramo D'Oro”) ha supposto che
“Hyes” sia una forma frigia del greco Hyes (porco); e dunque
l'esclamazione rituale “porco Attis” da quegli antichi
misteri potrebbe essersi perpetuata nella omologa bestemmia
cristiana contro il “padreterno”. In realtà la parola greca
non è altro che un attributo che significa “pluvio”,
“irrorante”, anche in senso sessuale. È quindi una vera e
propria benedeizione.
L'atteggiamento di Roma nei confronti dei culti importati da
paesi stranieri non fu univoco e soprattutto non fu mai
connotato da una aprioristica ostilità. Al contrario,
numerosi episodi storici attestano che i Romani preferivano
rendersi “amiche” le divinità straniere, al fine di
legittimare la supremazia di Roma sugli altri popoli: un
atteggiamento pragmatico (per non dire “paraculo”). Un
esempio illuminante è quello che si riferisce proprio
all'introduzione del culto della Magna Mater. Si tratta
infatti dell'unico caso in cui una religione “misterica”
viene introdotta dall'Urbe in seguito a una precisa delibera
statale.

“Chi è allora la Madre degli Dei?
Lei è la sorgente degli Dei intellettuali e creativi, che a
turno guidano gli dei visibili: lei è sia madre e sposa del
mitico Zeus; venne per succedere ma anche per regnare
insieme col grande Creatore; Lei ha il controllo di ogni
forma di vita, e la Causa di tutte le generazioni; Lei porta
facilemente alla perfezione tutte le cose che sono fatte.
Senza dolore Lei porta alla nascita ... Lei è la Vergine
senza Madre, al fianco dello stesso Zeus, e in assoluta
verità lei è Madre di tutti gli Dei ...” Imperatore
Giuliano “L'Apostasta”, dall' “Orazione a Cibele” composto a
Pessinunte, AVC MCXV.
Le fonti antiche (Livio, Ab urbe condita, XIX, 15; Ovidio,
Fasti, IV, 259; Varrone, De lingua latina, Vi, 15)
testimoniano che, durante la seconda guerra punica e le
campagne di Annibale in Italia, un'interpretazione dei Libri
Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato
allontanato solo portando in città la “Madre degli Dei”. Nel
204 a.C., il senato romano ufficializzò il culto della dea
facendo venire da Pessinunte la cosiddetta “pietra nera”,
simbolo di Cibele, per accogliere la quale venne costruito
un tempio sul Palatino. Il 6 aprile del 204 a.C. le navi con
la statua aniconica della dea approdarono alle foci del
Tevere, accolte dal senato romano e da una folla festante.
Il “mito di fondazione” del culto di Cibele a Roma rivela,
dietro l'impianto “religioso”, il vero significato
dell'introduzione di questa divinità: Roma voleva stabilire
un legame forte con i regni ellenistici, tra cui appunto
quello di Pergamo, da cui proveniva la “pietra nera” (il
frammento di un meteorite), legittimando con la
“romanizzazione” della divinità la sua egemonia sul
mediterraneo. Un'analisi attenta delle fonti rivela gli
aspetti politici dell'operazione: la divinità (simboleggiata
dalla pietra nera), in attesa della costruzione di un tempio
a lei dedicato (che sarebbe stato edificato sulla Via Sacra)
venne temporaneamente accolta nel tempio della Vittoria sul
Palatino. La collocazione topografica sul Palatino è
significativa: Cibele veniva accolta nel punto della collina
dove giacevano le memorie più antiche della fondazione di
Roma e i culti ancestrali della città, Vesta e i Penati.
Questo rispondeva a due esigenze: quella di inserire la dea,
una dea voluta dalla plebe, nel corpo della religione
tradizionale, riferendola all'origine troiana di Roma, e
quella di legare la gestione del culto all'aristocrazia,
epurandolo delle sue caratteristiche socialmente sovversive.

Quare magna deum mater materque
ferarum et nostri genetrix haec dicta est corporis una
Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei e madre delle
fiere e genitrice del nostro corpo
Lucretius, De Rerum Natura
La costruzione effettiva del tempio, appaltato nel 204 a.C.,
si completò solo nel 191 a.C. Sulla lentezza dei lavori
influì sicuramente la crisi delle finanze dello stato romano
dopo la guerra punica, ma la data del 191 a.C. non è
casuale: si era infatti alla vigilia dello scontro con
Antioco III, conflitto che schiuse a Roma le porte dei regni
ellenistici. Di fatto, lo schema dell'arrivo di Cibele a
Roma presenta analogie con quello dell'arrivo della stessa
dea ad Atene, agli inizi del V secolo a.C. In entrambi i
casi, l'introduzione avviene dopo la consultazione di un
oracolo (nel caso di Atene, quello delfico) e in un contesto
di turbolenze sociali e minacce belliche. Roma stessa mutuò
il culto di Cibele con il consenso di Atene, modello di
città-stato a cui la propaganda dell'Urbe guardava con
particolare attenzione.
Le fonti, pur con significative variazioni, attestano che le
figure preposte ad accogliere e gestire il culto di Cibele
furono P. Cornelius Scipio Nasica e la nobile matrona
Claudia Quinta. I nomi non sono casuali: si trattava di
membri di gens politicamente influenti a Roma, gli Scipioni
e i Claudii, che, per motivi di propaganda politica,
lottavano per gestire i “sacra”.
Il culto di Cibele presentava due aspetti distinti: quello
sfrenato e violento delle cerimonie iniziatiche e quello
“ufficiale”, di stato. Nel primo caso, i sacerdoti della
dea, i cosiddetti “arcigalli”, dovevano sottoporsi
all'evirazione prima di accedere al sacerdozio, rievocando
così la mutilazione di Attis, narrata dal mito. Le cerimonie
prevedevano una danza sacra accompagnata da timpani e
tamburi, via via più frenetica e ricca di salti, che
culminava in un vorticoso girare su se stessi: questa fase
finale di sacro furore sanciva la possessione degli adepti
da parte della divinità, cosicché essi cominciavano a
pronunziare profezie. Una volta raggiunto lo stato di
estasi, molto frequente era l'usanza di ferirsi con spade e
coltelli.
Naturalmente, Roma si preoccupò da subito di incanalare le
manifestazioni rituali nel solco della normale prassi del
culto latino. Il senato, infatti, proibì da subito ai
cittadini romani di partecipare alle cerimonie e di far
parte dei sacerdoti della dea. Questa forma di censura si
spiega con l'esigenza da parte dell'aristocrazia romana di
scongiurare la potenzialità eversiva di alcuni culti
stranieri (come quello bacchico). Paradossalmente, fu
proprio la “censura” esercitata dallo stato a salvare il
culto romano di Cibele, al contrario di quello per i
Baccanali, diffusisi spontaneamente fuori dalle ingerenze
della religione ufficiale, che subì una dura repressione. I
misteri di Cibele, pur sottoposti ad alcune restrizioni,
sopravvissero senza soluzione di continuità.

Cibele si caratterizzò da subito come
“divinità salutaris”, tutelare di Roma, (rappresentata con
una corona turrita, che richiamava le mura dell'urbe e ne
enfatizzava il rapporto con la città) legata alla sua gloria
e alle sue vicende politiche. Alla fine del II secolo a.C.,
Battakes, il grande sacerdote della dea, profetizzò la
vittoria di Mario sui Teutoni, e nel 98 a.C. lo stesso Mario
si recò in Asia Minore per compiere i sacrifici votati per
ringraziare la dea (senza giungere ad evirarsi però). Sotto
il governo di Augusto, e specialmente di Claudio
(appartenente alla gens che aveva accolto all'inizio la dea
Cibele), caddero anche le proibizioni imposte all'inizio.
Augusto ne accentuò il carattere di divinità protettrice di
Roma, inserendo Cibele tra le dee tutelari della casa
imperiale e facendo riedificare il tempio sul Palatino,
distrutto in precedenza da un incendio.
IL TEMPIO DI CIBELE
Con il 204 a.C., data d'inizio della
costruzione del tempio della Magna Mater, la sistemazione
urbanistica e architettonica dell'area sud-ovest del
Palatino venne profondamente modificata, poiché il nuovo
edificio aveva un suo orientamento preciso (nord-est, sud-ovest),
del tutto diverso da quelli precedenti; inoltre una grande
platea occupò buona parte dell'area antistante e occidentale
del tempio, mentre ad est essa consentiva il collegamento
con l'area del vicino tempio della Vittoria.
La costruzione terminò nel 191 a.C., ma sono note dalle
fonti altre due ricostruzioni causate da incendi, avvenuti,
il primo, pochi anni dopo il 111 a.C. e l'altro in età
augustea. Dagli attuali resti risulta che il tempio era
corinzio a pianta rettangolare con pronao appena più piccolo
della cella, prostilo e esastilo; all'interno della cella vi
era un colonnato lungo le pareti (nel II sec. a.C. con
capitelli ionico-italici) e un plinto in muratura per la
statua di culto, collocata forse all'interno di un'edicola,
inglobata nella parete di fondo. Il tempio si elevava su un
imponente podio in opera cementizia che, insieme alle
fondazioni poggianti direttamente sulla roccia del Palatino,
misurava quasi 9 mt di altezza. Parte integrante del tempio
sia nella prima che nella seconda fase fu la presenza di una
vasca per scopi rituali. Nella prima fase del santuario essa
era collocata nell'angolo sud-est della scalinata,
incuneandosi tra l'angolo sud-ovest del podio del tempio
della Vittoria e l'estremità est della scalinata della Magna
Mater.
Nel 111 a.C. avviene un primo incendio nel tempio della
Magna Mater, appiccato tra gli altri dall'edile Quinto
Memmio che si impossessa della pietra nera. Il tempio è
restaurato da Metello Numidico e il culto riprende in
versione ufficiale e pacifica. Con la ricostruzione in opera
cementizia del tempio e sopraelevazione dell'antistante
platea, la vasca in opera quadrata e le relative scale
angolari di accesso furono obliterate. Si costruì, invece,
un nuovo grande bacino in opera cementizia di forma
rettangolare (m. 16,50 x 3) ad ovest del podio. La struttura,
che indica la necessità di grandi vasche nel rituale del
culto di Cibele, era all'interno di un'ampia area
rettangolare recintata sul fianco ovest del tempio, poiché
la platea antistante ad esso doveva essere riservata ad una
specifica funzione, probabilmente connessa agli spettacoli
teatrali dei Ludi Megalenses, celebrati fin dal 194 a.C.
Nel 3 d.C. avviene il secondo incendio del tempio in
circostanze misteriose dopo di che si perdono le tracce del
culto della pietra nera (Shub-Niggurath).
Situati dietro l'area delle capanne arcaiche romulee, i
resti del Tempio di Cibele sorgono nell'angolo sud-occidentale
del Palatino, in prossimità delle Scalae Caci. Allo stato
attuale è visibile il solo podio in opera quadrata (del 204
a.C.), con scalinata al centro del lato frontale, sul quale
è cresciuto un boschetto di lecci. Tra l'altro proprio la
presenza dei lecci ha fatto credere che il basamento del
tempio fosse un altro (quello accanto, che è invece
l'Auguratorium). Recenti scavi hanno individuato, ad est del
tempio, le fondazioni e i resti del podio del tempio della
Vittoria (dove era conservata in precedenza la Magna Mater),
costruito nel 294 a.C. dal console Lucio Postumio Megello e
al quale Marco Porcio Catone nel 193 a.C. fece aggiungere un
ambiente dedicato alla Victoria Virgo.
Il resto delle murature sono in opera reticolata e
posteriori all'incendio del 111, mentre le colonne in
peperino giacenti accanto al podio sono di fase augustea.
Queste sono le uniche cose visibili. Il fatto che si tratti
effettivamente del Tempio di Cibele è comprovato oltre che
dalla posizione adiacente alla Casa di Augusto, da
iscrizioni con dedica alla M(ater) D(eum) M(agna) I(daea).
Gli scavi hanno rinvenuto numerose terrecotte votive della
prima fase del tempio che hanno chiarito interessanti
aspetti del culto, come l'importanza della celebrazione
dell'equinozio di primavera. Vi è poi una una mezza leggenda
che individua in una misteriosa cassa, rinvenuta durante gli
scavi, il contenitore della misteriosa pietra nera,
ufficialmente mai ritrovata.
Alla fine del IV sec. a.C., in corrispondenza
dell'espansione militare e politica di Roma nel Sud d'Italia,
si verifica una sorta di rivisitazione in chiave “troiana”
e, più ampiamente, ellenizzante, delle antiche memorie e dei
monumenti sacri ad esse connessi. In quest'epoca si colloca
significativamente la fondazione del Tempio della Vittoria,
nel 294 a.C., culto che certamente si diffuse dopo le
campagne di guerra vittoriose di Alessandro Magno, ma che è
anche da vedere in relazione a Marte e alla sua sposa
mortale Rea Silvia.
Tutta l'area appare quindi organizzata in funzione dei miti
della fondazione di Roma: la Roma Quadrata, che le fonti
collocano tra la l'area Apollinis antistante al tempio di
Apollo e il supercilium scalarum Caci; la Casa Romuli, o
tugurium Faustuli identificata con una struttura
rettangolare in opera quadrata messa in luce nel corso degli
scavi Vaglieri del 1907, posta immediatamente ad Ovest delle
Scalae Caci; il Lupercale, sub Monte Palatino, la mitica
grotta in cui furono allevati i gemelli Romolo e Remo,
probabilmente alla base delle Scalae Caci; il Tempio della
Magna Mater, protettrice di Roma.
L'impossibilità di esaminare da vicino quest'area (tutta
recintata e continuamente sottoposta a restauro) non
permette effettivi riscontri della situazione generale
dell'area stressa.
Possiamo solo augurarci che una qualche illuminata politica
futura prossima venutra consentirà a tutta la “plebe”
romana, e non, di poter visitare i luoghi sacri del proprio
passato, e non solo a quei burocrati e a quegli oligarchi e
a quegli aristocrati che a tutto sembrano interessati
fuorché a fare luce sui “sacri misteri” che ancora animano
lo spirito della “Urbe Aeterna”.